Buon Enrico - farinello

Caratteristiche della pianta

Il Chenopodium bonus-henricus L. prende il nome di farinello buon-enrico o più semplicemente buon-enrico o farinello, ma anche zampa d’oca.

Il quest’ultimo nome deriva dalla forma delle sue foglie che ricorda la zampa dell’oca: dal greco “chen” che significa “oca” e “pous” che si traduce con “piede”.

Altre nomi regionali di questa pianta sono colubrina, crisolocano, spinaccio di monte, mercorella, sangià, vercheinon.

È una pianta erbacea perenne delle Amaranthaceae, che può cresce fino ai 60 centimetri di altezza. È anche commestibile e il suo sapore molto simile a quello degli spinaci gli è valso il sopranome di spinaccio selvatico.

Ha un aspetto per la maggior parte liscio, ma in alcune zone presenta dei peli viscidi, non urticanti. Se vengono sfregati, si sprigiona un odore sgradevole e rimangano attaccati alle dita, dando la sensazione che la pianta sia farinosa, da qui farinello.

La radice è piuttosto grossa per un’erbacea; legnosa e ramificata, presenta una colorazione giallastra.

Le foglie hanno una disposizione alterna; sono intere, picciolate e astate o sagittate cioè a forma triangolare con base allargata ai lati esterni, tipo una freccia. Il colore è verde scuro nella pagina superiore, più chiaro in quella sottostante, con la lamina ondulata.

Dall’asse floreale che spicca verso l’alto si forma una infiorescenza terminale a spiga con densi glomeruli, non sempre continui. I fiori globosi verdastri e sessili, compongono questi glomeruli, che divengono di colore rosso-brunastro a fioritura, ovvero tra giugno e settembre.

Nello specifico i fiori sono ermafroditi, pentameri (ovvero con 5 petali, 5 sepali) e attinomorfi.

Il frutto è una capsula carnosa e succosa, non deiscente, che contiene dei piccoli semi reniformi di color bruno-lucente.

Pianta del buon enrico

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Coltivazione e raccolta

Dettaglio della pianta Cresce in luoghi incolti o attorno ai ruderi, ma il terreno deve essere argilloso e ricco di azoto.

Se vogliamo coltivarla, inoltre dobbiamo far si che il suolo sia ben drenato e scavato in profondità, per un migliore radicamento, e che sia dove possa essere raggiunto da una buona dose di raggi solari diretti al giorno.

Le piante cresciute in semenzaio dovrebbero essere messe a dimora nel tardo aprile, ma non sono facili all’adattamento; meglio se si può seminare direttamente in campo, facendo attenzione a mantenere un’ugual distanza tra seme e seme: si avranno più garanzie di successo.

Per una buona riuscita dell’impianto e per una cospicua resa , non bisogna aver fretta nella raccolta.

Il primo anno deve essere dedicato alla sola cura delle piante, che devono essere lasciate crescere indisturbate; tra l’altro sopportano bene anche una certa trascuratezza nella coltivazione, ma non la siccità! Dal secondo anno in poi si può iniziare a tagliare le foglie e i germogli, facendo attenzione a lasciare sempre una porzione di pianta in salute, in quanto, essendo perenne, la si potrà sfruttare non solo altre volte nella stessa stagione, ma soprattutto per molti altri anni. Con l’approssimarsi dell’autunno del secondo anno, è richiesta una pacciamatura con torba, terriccio di foglie o di concime ben decomposto. Quest’ultimo funge anche da concime, ma in caso non si optasse per questa soluzione, allora sarebbe bene somministrare dei composti a base di nitrato i sodio e solfato di ammonio.

Parti utilizzate

La droga di questa pianta sono le foglie e i semi.

tecniche di raccolta

La raccolta ideale avviene a mano, con l’ausilio di lame o forbici. Questo perché si deve preservare la pianta per gli anni successivi. È quindi vivamente sconsigliato lo sfalcio impulsivo per avere molta materia da lavorare.


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Origine, impiego nella storia e proprietà

Il nome di buon enrico, che è anche l'epiteto specifico del nome botanico, gli fu assegnato da Linneo per onorare Enrico III di Navarra, divenuto poi Enrico IV re di Francia, che era soprannominato il buon Enrico per il suo carattere buono che lo rendeva beneamato dalla sua gente, nonché mecenate dei botanici di quel tempo.

Le zone fredde di Eurasia, nord America e le fasce montane delle zone temperate, sono i climi che più si addicono al buon-enrico.

"impiego nella storia"

Nei tempi passati si era soliti preparare dei cataplasmi per pulire e far rimarginare ferite e scottature. Usato anche per far aprire gli ascessi.

Essendo commestibile, veniva raccolto e mangiato come insalata, anche in sostituzione degli spinaci dato il sapore simile.

Principi attivi (descrizione dei componenti)

Tra i costituenti del Buon Enrico troviamo delle betalaine, acido ossalico, saponine e mucillagini. Inoltre sono stati isolati acido tannico, diversi sali minerali, tra cui il più abbondante è il ferro, e la vitamina B1.


Buon Enrico - farinello: Benefici e avvertenze

Emolliente

Il beneficio maggiore derivante dalle foglie del buon-enrico è l’effetto emolliente che si ha sulla pelle. Oltre che contro le scottature, lo si può applicare anche per far regredire i foruncoli e gli ascessi.

Lassativo

L’effetto lassativo, invece, è dato dai soli semi. Ma è cosi tanto blando che è indicato per le leggere stipsi o per i bambini.

Antianemico

La ricchezza in ferro, fa si che sia una pianta adatta a contrastare le anemie.

Antielmintico

Anche se è un suo parente stretto ad avere questo effetto (Chenopodium ambrosioides, da cui si ricava “l’essenza di Chenopodio”), anche il farinello ha un certo effetto vermifugo, di certo però non cosi potente da poterlo sfruttare appieno, ma non tossico come l’altra pianta.

Prodotti in commercio

Non è molto utilizzata in erboristeria, in commercio è difficile trovarla, in quanto per le stesse applicazioni le si preferiscono altre piante. Le forme farmaceutiche in cui la si dovrebbe trovare sono sacchetti per infusi (devono essere al 5% con un tempo di riposo di 30 minuti), o polvere (2 grammi per 2-3 volte al giorno), in capsule o da mescolare all’acqua per fare una sospensione.

E ovviamente anche preparati pronti per fare i decotti da applicare sulla pelle.

Al contrario si trovano diverse ricette regionali nel quale è impiegata in cucina.

Controindicazioni

Per il suo contenuto di acido ossalico è sconsigliato il consumo a chi è soggetto a calcoli renali o affetto da insufficienza renale o reumatismi.



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